Philippe Daverio, una lezione pubblica sul Futurismo con i Lions Toscana: “Svegliati Firenze!” e all’Odeon fa tutto esaurito

daverio_odeonL’appuntamento è di quelli ghiotti, da non poter mancare neppure la domenica mattina. Il grande critico, esperto d’arte, giornalista, fine e sapiente intellettuale del nostro e di altri tempi, Philippe Daverio è stato invitato ad uno degli appuntamenti culturali promossi dai Lions Toscana guidati da Fiorenzo Smalzi. Il Cinema Teatro Odeon di Firenze è gremito, solo posti in piedi quando il protagonista non è ancora arrivato. L’introduzione del governatore Smalzi serve a presentare Lions che con le opere quotidiane di volontariato ed assistenza in 212 Paesi del mondo con oltre 1milione e 350mila soci è la più grande organizzazione nel settore dell’assistenzialismo sociale. Un video di tre minuti spiega, ma non esaurisce, l’aiuto rivolto ad intere famiglie disperse tra i continenti.

Philippe Daverio chiamato ad illustrare il Futurismo ai fiorentini, come stare tra amici. Non proprio. Qualcosa in cento anni si è persa per strada, qualche libera e sentita intuizione è rimasta attardata attorno agli anni ’20, poi ci siamo spaventati tutti e nessuno è riuscito a recuperare. “Firenze è una città assopita, la Bella Addormentata” questo l’incipit di Daverio che riscuote applausi da parte di un pubblico che si riconosce nella specifica illustrazione “Vedo un branco di tartarughe con il loro bel peso sulla schiena che si muovo indifferenti ed ignare di ciò che le circonda” con buona pace di Festina Lente (la tartaruga medicea) e della vela spiegata al vento. Offesi? Interessati. Il professore francese naturalizzato italiano capace di tenere testa al mondo dell’arte è già in cattedra con il benestare del pubblico.

Tagliare i rapporti con il passato e andare avanti speditamente. “L’Avanguardia si insegna all’Università? Un po’ come spiegare la Rivoluzione all’Oratorio” forse ci siamo persi qualcosa? “Ad un certo punto qualcuno ad inizi ‘900 ha capito che non c’era solo il Rinascimento. Qualcuno è andato addirittura oltre ed ha capito che gli intellettuali potevano avere un senso solo se si fossero confrontati tra loro. D’altra parte non si vendeva più un quadro dal 1500 quindi ridotti allo stremo ed affamati, meglio unirsi e fare gruppo”. Nasce così la fiducia nelle idee. “C’è da dire che l’Italia è riuscita ad avere un approccio democratico anche nel suo momento di ostentata anarchia. Mentre in Francia si scriveva “Le idee che uccidono” da noi si traduceva “Le idee per cui vale la pena morire” che non è proprio la stessa cosa”.

Daverio affascina ed istruisce, accompagna i presenti attraverso la nostra storia che guarda con dissacrante ironia all’attualità “Nel 1913 si scriveva nelle riviste che si doveva essere contro gli ‘accomodamenti esasperati’.. un po’ come accade oggi”. Il pubblico in sala applaude, sorride. Riflette, soprattutto. Il guardiano con il Passepartout elogia il termine “Italia” e non “Il nostro Paese” come diciamo oggi perché ci imbarazza o perché “qualcuno lo ha acquisito politicamente”. Il professore diventa ben presto uno specchio per il pubblico, chiamato a dare risposta ai dilemmi quotidiani. Il Futurismo lascia spazio al vero e proprio male di vivere. “Professore come mai non riusciamo a far amare la storia dell’arte?” chiede una signora del pubblico. “Boh” è la risposta geniale. “Vede, in Germania e Francia non esiste la Storia dell’Arte nei corsi obbligatori, eppure hanno un grande rispetto della propria storia, delle opere che conservano gelosamente. Noi invece.. Che sia proprio perché l’abbiamo studiata a scuola?”. “Non so se la colpa sia dei testi, oppure dei professori, magari annoiati, magari finiti lì perché non volevano o sapevano fare altro. Certo qualcosa abbiamo fatto per arrivare ad oggi”. Daverio punta il dito sulle rappresentazioni disorganiche della cultura, con estremo pragmatismo e giustificando tutte le possibili sbavature dovute non tanto alla incompetenza altrui quanto alla mancanza di un richiamo: “La politica? La politica può anche sbagliare, voi però corriggetela come diceva il Papa”.

Un consiglio per andare oltre e riappropriarsi degli stimoli e dell’innovazione, dello spirito di appartenenza: “Dovete uscire in strada e urlare ‘Firenze, se ci sei batti un colpo!’ iniziate a fare questo” conclude Daverio che si intrattiene sul palco fiorentino e firma copie del suo ultimo libro (Guardar Lontano Veder Vicino) e stringe mani, come se la cultura fosse ancora un segno di distinzione. Un monito, un buon proposito, un’altra occasione.

A. Lenoci

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