Leonardo Pieraccioni incontra i giovani attori della Scuola di Cinema Immagina di Firenze

Leonardo Pieraccioni fa visita ai giovani attori della Scuola Cinema Immagina di Firenze, la creatura di Giuseppe Ferlito, che rappresenta una realta artistica di primo piano sul territorio e che ha segnato i primi passi, tra gli altri, di Martina Stella e Roberto Farnesi. Tanti i giovani iscritti ai corsi che si tengono in Borgo della Stella vicino piazza del Carmine. Ferlito, regista fiorentino amico di vecchia data assieme a Domenico Costanzo del Pieraccioni nazionale ha prodotto film con personaggi locali dando voce a molti attori toscani emergenti.
pieraccioni_ppLa chiacchierata a ruota libera con i ragazzi diventa ben presto una occasione per tornare indietro nel tempo e ripercorrere una carriera straordinaria fatta di incontri e coincidenze, di talento e di umiltà. Ma è anche qualcosa di più. Un vero e proprio spettacolo di cabaret che strappa risate ad ogni battuta.

Accanto a Pieraccioni anche il critico cinematografico Giovanni Bogani ed il regista Luca Miniero autore di Benvenuti al Sud e del campione di incassi Un Boss in salotto. Miniero confessa subito la passione per Pieraccioni “Lui è un grande, se ti va bene un film allora ti vivi l’entusiasmo del momento, ma Leonardo è molto di più, per lui ogni uscita è un successo e lo seguo con grande simpatia” segue l’esilarante aneddoto di un incontro tra i due avvenuto ad Avellino, presente un famoso marchio di pasta a fare da sponsor. Incontro del quale nessuno si ricorda, salvo poi, mettendo insieme i pezzi, far risalire l’evento al Festival Giffoni, il Cinema dei ragazzi. “Dei rincoglioniti – dirà poi Pieraccioni – il meglio del cinema italiano che si incontra e non ricorda neppure Giffoni. Se questo è il meglio pensate al resto”.

All’inizio fu Francesco Nuti. “Perché vi ricordo che se non fosse stato per ‘Madonna che silenzio c’è stasera’ io non avrei mai capito quale sarebbe stata la mia strada. Vidi quel film di Francesco e rimasi estasiato: voglio fare quello! Dissi. Cercai subito Nuti, lo rincorsi in più occasioni. La prima volta mi rimandò a dopo le vacanze estive. a settembre tornai a cercarlo, poi fissammo per Natale. A Natale andai da lui a Narnali per proporgli dei soggetti mentre lui era a casa con i parenti“. Occasione per ricordare la “festa di compleanno” organizzata (posti esauriti in 48 ore) il prossimo 11 maggio, insieme a Carlo Conti, Giorgio Panariello, Marco Masini.  “Vogliamo fargli un regalo unico, per fargli capire che nessuno si è dimenticato, tutti noi artisticamente gli dobbiamo qualcosa. Credo che purtroppo Francesco – spiega con un filo di commozione – ad un certo punto abbia confuso la vita reale con il mondo dello spettacolo. Non fatelo mai! Quando torniamo a casa, dopo aver girato, i problemi quotidiani non possono essere affrontati con la finzione scenica. La vita è un’altra cosa”

Il racconto sfocia spesso in parentesi istruttive rivolte ai giovani attori: “Molto spesso vediamo fare qualcosa e ci diciamo che sapremmo farla sicuramente meglio. Se solo avessimo le stesse possibilità di chi ci è davanti, un po’ come nel calcio quando siamo ottimi allenatori dalla tribuna. Sappiate che non è assolutamente così. quando arriva l’occasione e solo in quel preciso momento ci accorgiamo di quanto possa essere difficile il mestiere altrui. Voi comunque non arrendetevi mai. Siete sulla strada giusta? Giustissima! Ricordate che gli attori li seppellivano in terre sconsacrate perché credevano che non avessero anima. Non è mai stata una vita facile”.
Gli agenti? “Non lasciate la vostra vita artistica nelle mani del vostro agente! Lui qualcosa può farla, ma dovete pensarci voi a proporvi”.

La nostra INTERVISTA in collaborazione con:

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La scena è tutta di Pieraccioni che cerca un posto in equilibrio per stare seduto sulla scrivania e racconta dei suoi esordi e dell’incontro con Giovanni Veronesi al quale propose “La Casa dei fuoricorso” un titolo a suo dire “Quasi da film horror”, poi variato in “Quattro pali e una traversa incinta”. Ancora distante dall’essere “I Laureati” che sarebbe “Uscito in due copie a Firenze Sud e Firenze Nord e poi all’estero Arezzo e Siena”.
Veronesi cercò di svicolare spiegando a Pieraccioni che sarebbe stato impegnato a Roma nei giorni successivi. “Ma io domani vengo lì” rispose un giovane aspirante regista pronto a mettersi lo zainetto blu sulle spalle per inseguire il suo sogno.
“Feci promettere a Veronesi che se avessi trovato un produttore, lui avrebbe scritto il copione con me. Subito dopo andai da Vittorio Cecchi Gori e dissi di avere un grande sceneggiatore per scrivere il film”.

Ogni frase è una risata collettiva, gesti misurati, la voce si adatta alla narrazione e piano piano sparisce il regista, sparisce il golden boy del Cinema italiano e ricompare il cabarettista che faceva il magazziniere. Il pubblico è l’ambiente naturale per Pieraccioni, non serve studiarne la biografia per capirlo o conoscerlo profondamente per rendersene conto. Come in quella splendida canzone “A un passo dal cuore” Leonardo è al centro della scena ed al tempo stesso accanto ad ogni spettatore. Perché il teatro no allora? “Lo so – ammette – sul palco funziona tutto, le cose si raccontano e possiamo immaginarle, al cinema devo farti vedere qualcosa e se non ti piace, ormai è quella: ho deciso di evitare il confronto rinunciando al teatro”

Roma, Torino, la Spagna. Arriva Il Ciclone, con 78 miliardi di incasso, replicati con Fuochi d’artificio, che significavano poter chiedere qualsiasi cosa: “Avrei potuto chiedere un bambino cileno da benedire e me lo avrebbero portato.. e lo avrei anche benedetto”.
Il successo. “Importanti testate mi chiamavano per chiedermi opinioni su quel che accadeva nel mondo, io rispondevo e mi sembrava di essere l’oracolo: Ha detto no, ha detto sì!“. Qualche assaggio di quel periodo lo ritroviamo nel Il pesce innamorato dove lo scrittore famoso ad un certo punto, ispirato da un bravo Philippe Leroy che narra la storia di un atletico segugio, abbandona tutti e scappa nei boschi dove si costruirà la casetta di legno alla maniera delle fiabe.
“Mi proposero l’incontro con il Pieraccioni spagnolo. Andai in Spagna e fu un disastro. Lui si presentò con una faccia avvilita e dicendo che gli faceva male la pancia. Si andò a cena e presi una sogliolina tristissima accusando un finto malessere per simulare di avere almeno qualcosa in comune con la mia controfigura iberica. Una cena che passammo in totale silenzio, guardandoci di tanto in tanto. Alla fine della cena lui venne circondato dai fans spagnoli ed io mi trovai con la macchina fotografica in mano mentre lui sfoggiava un ghigno di sfida.. e di quel progetto non se ne fece nulla“.

Dalla scrivania arrivano consigli da maestro esperto. Le battute, ad esempio. “Io non mi ricordo le battute dei discorsi articolati e lunghi – confessa – ed ho inventato un sistema geniale che anche Ceccherini si vergogna a mettere in pratica. Mi faccio dare le mie battute ripetendole via via. E’ splendido”. Interviene Ferlito per ricordare un giovane agli esordi: “Ricordo che una volta, avevi venti anni, ti ripresi in pubblico non perché tu stessi sbagliando, ma perché non ci mettevi concentrazione e le persone che erano venute per girare meritavano rispetto”.

Gli amici e colleghi come Massimo Ceccherini e Rocco Papaleo, ma anche Alessandro Haber hanno un ruolo determinante nella vita artistica di Pieraccioni. “Rocco Papaleo è tutto nel suo ultimo film da regista, è un personaggio speciale ed unico. Anche Ceccherini è un attore straordinario, uno che l’ottimo Alessandro D’Alatri definirebbe “Senza Pelle” perché è proprio così come lo vedi. Haber in teatro è un vero mostro della scena: l’ultima volta mi sono divertito a capire dove nascondesse il gobbo, c’erano battute ovunque. Nel finale della tragedia lui cade a terra per morire e l’unica parola che dice è “Oddio!”, pensavo fosse la fine, non si ricordava più nulla. Da sdraiato come fai, ci son le luci non puoi mettere il gobbo sul soffitto. Le ultime battute se le era scritte sul retro di uno specchietto. Immenso”.

L’incontro tra Pieraccioni dall’inglese improbabile e due personaggi come David Bowie ed Harvey Keitel sul set de Il mio west pellicola scritta con Veronesi e per la quale Leonardo non va particolarmente fiero. Una serie di aneddoti che da soli basterebbero a creare un corto comico e di grande successo. Le incomprensioni, le aspettative mancate di Bowie, la torta di mele, l’inflessibilità di Keitel davanti alla cinepresa, il metodo americano e quello italiano di recitare. E poi una fredda notte in Garfagnana, la risata nervosa e quella rissa scampata tra guest star.
Difficile da cogliere e da capire senza ascoltarla. Sappiate però che intanto ridono tutti, dal critico al regista, il giornalista, gli operatori, e gli ultimi arrivati in Borgo della Stella compresi i passanti con l’ombrello.

Ceccherini la mattina dopo la Prima telefona sempre a Pieraccioni per leggere le critiche, solo quelle negative: “Oh senti questa – mi fa – è da buttarsi via dalle risate!”. Un rapporto difficile quello con i critici che Pieraccioni ha affrontato spesso con ironia senza mai risparmiarsi nelle repliche piccate, mirate, pungenti. “Pensate che qualcuno ha criticato Totò… Totò, uno che basta vederlo oggi per capire che allora bisognava solo sperare che durasse il più a lungo possibile. anche Charlie Chaplin è stato un mito inarrivabile, certo. Ma Totò.. lui ha dato tanto, tantissimo”
Iniziato con la ricerca ansiosa dei giornali la mattina presto alla Stazione di Santa Maria Novella, con l’amara realtà di un giudizio sintetico e spietato “Una comicità da autobus e pure volgarotta” che non mancò di suscitare una risposta dal palco “E’ meglio stare sopra un autobus così pieno che in un teatro vuoto. E poi.. volgarotta. Mavaff..”. “Ma io sono così – spiega – difficilmente mi trattengo”. Il giudizio più bello? Quello del pubblico. “A Torino una signora mi picchietta alle spalle mentre sono fermo al semaforo, mi volto e lei: Grazie perché guardando il film sono stata bene per un’ora e mezza”. Applauso, e battuta immediata: “Già che una donna mi dica che l’ho resa felice per più di un’ora, visti i miei tempi.. un tempo.. adesso anche qualcosa meno”. Ma Pieraccioni ancora adesso si nasconde in mezzo al suo pubblico ed assiste al suo film dalle retrovie, principalmente il sabato, per vedere da vicino l’effetto che fa.

L’incontro con Alberto Sordi. “Ci sono quei due o tre incontri unici nella vita che conservo sulla mensola buona della memoria, uno di questi è la cena con Alberto Sordi. Lo dissi a Ceccherini che non si alza dal letto neppure se c’è da andare al suo matrimonio e all’appuntamento lo trovai lì, a Roma. Prese un intercity che non esisteva, si materializzò sul posto. Sordi mi disse che ero bravo, anche se probabilmente pensava che di lì a poco mi avrebbero perso perché mi sarei montato la testa. Mi fece capire che in un anno lui non faceva un film di successo, ne faceva otto, tutti belli. Mi disse che lui avrebbe ringraziato sempre le sue sorelle perché ogni volta che annunciava la firma di un contratto importante loro rispondevano “Bene! Cosa vuoi per cena, il riso o la pasta?” riportandolo così immediatamente con i piedi per terra.
Il finale. “Ricordatevi dunque che nella vita possono accadervi cose straordinarie, ma non dimenticatevi mai, che questo è il piatto e questa la forchetta. Ciao“.

Antonio Lenoci

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